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Ritornare a quel Volo
stralcio da Lughe De Chelu (e jenna de bentu), G. Mulas
(…)Ebbe il flash di suo padre e degli schiaffi ai figli, alla moglie, ad una società colpevole di essergli,nella mente,continuamente ostile.
(-Che razza di…di puttana sei?-
- E tu che uomo sei per chiamare così chi ti è rimasta accanto dieci anni dandoti tutto? Non puoi tarpare in eterno le ali ad un’aquila, Stefano-
- Io VOGLIO TE! Non ti concederò mai il divorzio…piuttosto ti ammazzo...Mia o di nessuno-
-Ci siamo sposati che eravamo due ragazzini, siamo cresciuti,maturati seguendo due strade diverse.Vuoi vivere con una donna che non è in grado di amarti come vuoi? Meritiamo di meglio tutti e due-
-CHE…CHE ACCIDENTI NE SAI TU DI QUELLO CHE MERITO IO? UNA…DONNA! CHE NE SAI,TU? IO TI AMMAZZO…RICORDALO!E CON TE AMMAZZO LA TUA SCRITTURA. TUTTO QUELLO CHE HAI CE L’HAI GRAZIE A ME…NON AVRESTI AVUTO NEPPURE UNA LIRA PER SPEDIRLI,I TUOI FOTTUTI MANOSCRITTI,SENZA DI ME!! …NON METTERMI ALLA PROVA, GIONA!-). Francesco imboccò l’ascensore. Accese un sigaro e sorrise falsamente alla graziosa e giovane segretaria assunta da pochi giorni dall’avvocato Ferri. Lei rispose impacciata al sorriso,strinse al petto la pila di pratiche e cartelle, rassettò maldestramente la gonna scura,forse eccessivamente lunga.L’ascensore si fermò al piano terra del Grattacielo Degli Avvocati, come lo chiamavano in città; INT. STUDI LEGALI ASSOCIATI,come figurava nell’elenco del telefono,il PalazzoDeiGrattaCulieC., come lo chiamava Giovanni Soro,il verduraio all’angolo di via Roma. Odore di detersivo per pavimenti,caffè e alcool. La moglie del portiere parla al telefono accanto ad un televisore mignon acceso,muto, su IT’S A WONDERFUL LIFE di Frank Capra, altri quattro mini schermi paralleli,due dedicati agli interni del grattacielo,due per una visione agli ingressi principali. Una radio continua a trasmettere notiziari speciali sulla Freedom Iraq,a quanto pare i medici di Baghdad girano per i vari SaddamOspedali armati di Kalashnikov per evitare i saccheggi dei medicinali di prima necessità.Mostrano ai giornalisti interi container di cadaveri.
Vi assicuro che il puzzo è terribile, commenta la reporter via radio.
Il portiere sbuffa di disappunto, chiude la rivista lasciandoci la mano destra in mezzo.
Spalanca gli occhi e fissa Francesco, in attesa.
-Il mio taxi è arrivato?-
-Si,avvocato.Da cinque minuti circa-
-Grazie.-
-Di niente avvocato.Buona giornata-
-Salve-.
(-Salve.
Posso entrare a salutare i bambini?-.
Francesco aveva tirato la madre per la gonna, lei aveva sorriso. “Facciamo entrare papà?” aveva sussurrato al piccolo ma col terrore nel cuore perché sentiva dentro, lo sentiva che no,non avrebbe dovuto fargli varcare quella soglia.Erano separati e lui,in preda ad un raptus di violenza della quale Giona non avrebbe mai sospettata l’esistenza; due mesi prima aveva tentato di strangolarla.Si era fermato in tempo lasciandola così,sospesa tra cielo e terra, buttata sul letto piangente e semisvenuta coi bambini nella camera attigua che urlavano terrorizzati. Comunque restò calma,pensò che se i piccoli vedevano il padre una volta in più delle due stabilite dal giudice non avrebbe loro fatto che bene, pensò che con gli avvertimenti,le minacce subìte dalla Polizia a suo tempo, il suo ex marito non poteva,NON DOVEVA essere tanto pazzo da…riprovarci ancora.Mise a tacere la spiacevole sensazione d’allerta che l’aveva colta al solo sentire la voce di lui così calma; troppo calma. Gli aveva già detto che nonostante tutto l’aveva perdonato per quel gesto che non ammetteva scusante alcuna ma che stava soltanto a lui accettare e capire la sua decisione di donna, di madre che tale non può essere con accanto un uomo che le è estraneo. Diede i due giri di chiave alla porta e l’aprì. L’uomo sorrise ed entrò nella casa riscaldata, profumata di minestrone e lenticchie.I bambini gli corsero incontro come pettirossi, lui non li guardò neppure.
Fissò Giona e lei capì di essere in trappola.). - Sarà la scusa per allontanarmi da questa merda di lavoro.
Una giornata diversa, mettiamola così Franco.-, pensò il rampante avvocato mentre il taxista,fermo al semaforo, accompagnava gracchiando “Splish splash” da una musicassetta stonata di Bobby Darin.Va bene, disse a sé stesso, va tutto bene e non hai niente da temere.Ciò che è successo è successo.Ora è finita.E controllati.
Franco accese una sigaretta,aspirò con boccate avide,amare.
-Allora,mi ami o no?-
-Che significa? Siamo separati legalmente,ormai.Volevi salutare i bambini…fallo.Non ti impedirò mai di farlo-
-MI AMI O NO?-
non ha senso non ha senso non
Giona tremò in ogni fibra.Non c’era più nulla del ventenne impacciato e timido che aveva sposato nell’uomo che le troneggiava davanti a impedirle qualsiasi possibilità di fuga,prepotente e sferzante,conscio della propria forza. Luigi, il figlio maggiore,si parò di fianco alla madre,scrutandola in silenzio.Lei fece cenno di no col capo,no,vai di là tesoro,non c’è nulla di cui preoccuparti.Non accadrà nient’altro che non ti farà dormire la notte,piuttosto…muio io.Il bambino obbedì allo sguardo, lei puntò gli occhi sull’ex marito.
-No-, disse sicura.
-No?-
non ha senso
-No.-.
-puttana!-. E accadde. L’uomo si scagliò su di lei,l’acchiappò al collo e strinse con quanta forza aveva in corpo,strinse buttandola all’indietro e Giona cadde battendo la testa prima sulla credenza legnosa,poi sul pavimento. L’uomo strinse e mentre parlava (cosa farfugliava, cos…?) e le parlava lei non capiva , solo la luce andava a spegnersi dentro e fuori di lei ed il pensiero,in quel momento,erano i bambini…forse a sua madre in mare era capitato così e la luce che si spegne d’un colpo e le urla che s’affievoliscono in fretta e i secondi volano e la morte in faccia eccola qui,ha gli occhi folli dell’uomo che ti ha dato tre figli e dice di amarti e.
Caos.
Caos della materia,Giona.
Forse la stretta si allenta…Giona boccheggiò, riuscì a divincolarsi come nella pellicola rotta di un film che scorre troppo lenta.Giona animale ferito si muove a quattro zampe, si alza e zoppica verso la camera da letto (perché ho tolto le chiavi dalle porte?perché i bambini non ci si chiudessero dentro perché…), sente il sangue scorrere nel collo, forse è già morta forse…
Lui la raggiunge alle spalle,l’afferra per i piedi e lei rovina in avanti battendo la faccia,le mani si allungano sul pavimento e strisciano e graffiano ma è tutto liscio perché è liscio? E lì penetra la prima coltellata,nella schiena,in basso.E il dolore le mozza il respiro.Urla Giona e urla e la furia l’assale, l’adrenalina è a mille.
-LASCIAMIIII!!!-.
Si divincola ancora e raggiunge la specchiera,artiglia la spazzola d’argento e la batte sul capo dell’altro che rimane a fissarla instupidito,gli occhi spalancati e assenti mentre un rivolo rosso e caldo gli scorre sulla tempia.E’ il momento.Giona si alza,incespica e cade,si rialza,si getta claudicando fuori della camera,attraversa il corridoio, raggiunge la porta d’ingresso.Cerca con gli occhi i figli ed eccoli accovacciati, gli agnelli, in un angolo della culla di Francesco dove piangono di terrore, in silenzio. Vorrebbe abbracciarli, chiuderli in sé a bozzolo e portarli via ma non può,perderebbe secondi preziosi.
–Re…state fermi lì…mamma sta bene, chiede aiuto e torna da voi!- ordina Giona. Cerca di rassicurarsi; non accadrà nulla di male ai bambini; a lui non interessano loro, lui vuole LEI.Ma deve fare in fretta,essere veloce prima che lui la raggiunga alle spalle per finirla.La chiave,gira la chiave…la porta. Esce nel pianerottolo zoppicando semisvenuta, grida e non ha fiato, emette un sibilo roco che poco ha di umano e i vicini aprono a rotazione,corrono fuori,chi soccorre,chi chiama la Polizia che è già arrivata perché,al momento dell’aggressione,il piccolo grande Luigi è riuscito a comporne il numero nel telefono, lui che mai prima,senza il permesso della madre,ci aveva giocato col telefono di casa.
-PERDE MOLTO SANGUE, CHIAMATE UN’AMBULANZA!!-
-I…i miei bambini…voglio vedere i miei bambini…lui è pericoloso e…-
Una squadra di poliziotti irrompe in casa, i bambini stanno bene, non smettono di piangere ma stanno bene,lui è di là, in bagno che ha tentato di tagliarsi le vene ma i piccoli stanno bene signora,deve andare in ospedale per i controlli è ferita è pericoloso e come è successo perché l’hai fatto entrare perché è il padre dei miei figli…è il padre dei bambini è venuto con l’intenzione di ammazzarti; aveva il coltello nascosto nella manica del giubbotto ricorda qualcosa può parlare sono cose che succedono e stia tranquilla è passato tutto i miei figli,cosa hanno visto i miei figli e.
E Giona sviene.
Chiedo il silenzio stampa. (L’ha fatto per punirmi ancora e ancora e anc… ?) Buio
Non è colpa di nessuno, lo so. Non scriverò più…non ci riuscirò e non DEVO,forse è colpa mia…cos’è la mia libertà?Dove mi ha portata e a cosa?
Ad ubriacarmi per riuscire a dormire la notte ed essere stordita il giorno dopo qualcuno la chiama Notte Oscura Dello Spirito.Mooolto romantico.
Devo reagire per i miei figli (ma che madre sono…IO?) devo reagire per crescerli e la creatura che aspetto…OddioNonRiesco
Valium e sputa l’osso sputa l’osso sputa l’osso
E questi anni di lavoro e privazioni e sacrifici…ora ci sono riuscita, sono in cima alla mia scala ma
Padre mi aiuti…mi sto perdendo, sto perdendo la mia strada
E non posso salvarmi, forse non lo merito. Io…
Luce, Giona.Cercare la sirena
Nel capo le pulsavano parole acri che premevano per scappare.Lentamente gli occhi si abituavano alle tenebre. Avvertiva la bocca asciutta,ancora impastata dall’alcool,aveva voglia di vomitare e con indosso soltanto maglietta di cotone e i pantaloni della tuta che non cambiava da tre giorni; non sentiva freddo seppure mancasse un’ora circa all’alba di una mattina di metà gennaio.L’erba rasa, brinata del prato all’inglese declinava dolce fino ai bordi di una piscina a forma di ninfea,illuminata da una fila di dodici lampioni licenziosi. Un dobermann adulto le andò incontro scodinzolando. –Sssh,buono.Buono-, lo rassicurò Giona con una carezza distratta. Le pareva di vivere in un limbo in quei giorni durante i quali non esistevano orari e poggiava i piedi fuori del letto come un automa, aspettando con ingordigia la notte per rifugiarsi in un mondo che,si rendeva conto, diventava sempre più accettabile di quello reale. Una vita parallela. E peccato che in quella vita parallela la perseguitassero comunque i fantasmi dei ricordi.Peccato davvero, Giona. Ma NON PENSARE,in quel momento,era la cosa più saggia da fare.Con una mano ravvivò i capelli lunghi, mossi, trascurati e in disordine portandoli indietro.Pensò ai suoi figli in casa dello zio,a Roma.(“Cambiare aria farà loro bene,Giona.Se permetti voglio portarli un po’ con me in continente.Giona,mi ascolti?”. Giona sedeva assorta davanti a due monitor ronzanti.Su uno degli schermi erano visualizzati una mappa del sito archeologico di Jef el-Ahmar, in Siria, testi in demotico e greco antico. “Ti ascolto sempre Giuseppe. Forse sei l’uomo che ascolto di più. E non ho nulla da obiettare.” Fece una pausa. “Ai bambini farà bene”, ripetè in tono troppo enfatico. Giuseppe aveva scambiato uno sguardo d’intesa con la moglie,infermiera professionale al Fate Bene Fratelli.Non avevano avuto figli.”Giona noi…vorremmo che venissi anche tu”. La donna,che per tutto il giorno aveva provato a lavorare al nuovo romanzo maledicendolo e ottenendone cinque righe in tutto e della stessa frase soltanto espressa con parole diverse; aveva allontanato da sé la scrivania con uno scatto nervoso della poltroncina girevole. Scrutò il fratello con occhi cerchiati e lucidi di febbre, pallida e smagrita. “No. Ho bisogno di stare sola.DEVO stare sola,in questo momento.Lo capisci Giuseppe?”.L’uomo l’aveva fatta alzare dalla scrivania e le aveva raccolto il mento tra il pollice e l’indice.-Hai bevuto anche questa notte,Giona mia…e quel bellimbusto di cronista con cui esci…-
-Sergio… mi ama-
Le veniva da ridere.
Amore…che meravigliosa parola, Giuseppe
Portò la mano alla bocca come una sonnambula e incespicò su di un risolino isterico, il fratello corrugò la fronte
-E tu? TU lo ami, fuori dal letto? Quell’uomo ama il tuo nome Giona, e il tuo corpo. E’ una sanguisuga che si fa pubblicità alle tue spalle-
-Che…CHE DIAVOLO VUOI DA ME, GIUSEPPE? COSA ACCIDENTI VOLETE TUTTI?-
Ho visto in faccia la mia morte.
Penso ad un albero.
Gli uomini non sono alberi.Non basta il sole e la terra, per crescere.
C’è altro,Giuseppe.
Gli uomini vogliono un posto al sole, per crescere orgogliosamente rigogliosi del sé
Debbono utilizzare l’intelligenza superiore.Come utilizzarla è soggettivo.
Si.Ecco.Ciò che li accomuna agli alberi è il sole.Ma c’è dell’altro.
ALTRO.
-E tu cosa combini?Perché?Voglio aiutarti, ma non so come pizzinnè!-
Altro, vita e morte;MorteVita. Non è la stessa cosa,dopotutto?Il bruco muore e nasce la farfalla.Un fiume si sacrifica al mare ed il mare stesso pare aspettare ogni fiume che a lui confluirà. E la luna? All’alba attende,attende paziente un giorno nel proprio guscio,prima di tornare a rischiarare la notte.Che siamo destinati anche noi a morire per comprendere l’essenza della vita?Buio per luce.
Gli uomini.
Gli uomini la vita devono viverla e non vegetarla, Giuseppe Fratello Caro.
Io sto vivendo.Semplicemente vivendo.Modus Vivendi e Operandi, you Know?
Ciò che non abbiamo vissuto prima,e tu dovresti saperne qualcosa.
Plebe.Siamo plebei,fratello Caro anzi, Plebei con la P maiuscola che hanno consumato le unghie e i denti per fare ciò che fanno.
Non sono un albero Giuseppe e non lo sarò mai.Non voglio esserlo.Ma voglio ugualmente il MIO sole.
C’ è un momento nella vita in cui
-Vattene fuori di qui,Giuseppe.Prenditi i miei figli per un pò, tua moglie,prenditi anche cane, cuoca e cameriera se vuoi. La baby sitter due/tre volte la settimana. Ma vattene!–
si avvisa di star perdendo la rotta
e pare non esista bussola che possa evitarlo, Giuseppe Caro
L’uomo aveva sospirato
Sapessi che bei sogni faccio la notte,fratello caro.
Ti descrivo il mio tipico Sogno Di Una Notte Di Mezzo Inverno?
Va bene,se proprio insisti,lo descrivo.
Siedi pure,c’è tempo.Gradisci un Valium?
Nuda in un tunnel.Un lungo tunnel,buio e putriscente,l’odore di marcio ti avvolge fino alle ossa.E topi, ragni e scarafaggi…il mio tunnel preferito ne brulica.. Giù in fondo vedo una luce che pulsa,Giuseppe, ma è in fondo e io corro per raggiungerla e corro scivolando nella melma,cadendo e rialzandomi e corro e corro e corro
Ma non la raggiungo mai
-Giona?! Stai bene?-
-S…si.Bene-
–Un angelo è sempre un angelo, pizzinnè. Anche con le ali spezzate-.
Giona non aveva risposto. Sfuggendo le dita e lo sguardo dell’altro aveva ciondolato il capo come un fantoccio rotto, cominciato a piangere un dolore tremolante,inspiegabile,senza fine. Il fratello l’aveva abbracciata. “Un angelo è sempre un angelo.E prima o poi torna a volare…DEVE tornare a volare, perché è nella sua condizione, volare.
Coraggio, pizzinnè.Il coraggio ci vuole-. Sarah,la cognata,senza fare commenti aveva spinto i bambini fuori dello studio della donna.).
Albero.Sirena.
E ora le foglie turbinavano e stormivano col vento secco, tagliente sul viso pallido e disfatto.
Giona era apatica.
S’infilò nell’MG e con un rombo intessuto d’energia il motore s’avviò,i fanalini di coda s’illuminarono. Uscì dal parcheggio dove spiccava un PRIVATO segnalato in caratteri cubitali e con uno stridio di gomme lanciò l’auto in un viottolo tra bidoni di spazzatura ed un cumulo pericolante di mattoni e terra per poi immettersi su di una vecchia strada secondaria,in direzione del mare.Va tutto bene,va tutto bene come deve andare Giona scrittrice sarda di razza che non concepisce mentori.Doveva andare così dall’inizio.Adesso lanciamo la macchina coi fari che illuminano i tronchi e sostituiscono le stelle fino al molo dove non c’è nessuno che ti aspetta se non il tuo mare.Eppoi facciamo il tuffo,ti va bambina?Non rispondi?Mah.Was will das Weib?
-Si che mi va-,biascicò Giona non pensare a nulla.I bambini stanno bene anzi,staranno meglio con lo zio e sua moglie posata infermiera professionale che con una scrittrice sarda di razza che si ubriaca la notte e va avanti a Prozac e Lexotan.Molto poetico tutto ciò.God save the Queen.Molto poetico tutto ciò.Si si Sissignori.
Pigiò il piede sull’acceleratore e imboccò i tornanti furiosa,hai perso tutto,cara mia la sissignora sarda di razza candidata al Nobel per la letteratura. Giacomo è svanito come il genio della lampada così pure l’ex marito che hai fatto uscire di senno e il lavoro?che ne dici se adesso ti salta il contratto editoriale con Francia e Germania perché non riesci a buttare un rigo in grazia di Dio?Quel protégé del tuo paziente inglese agente si romperà moooolto,si.E ti dirà di andare a farti fottere e avrà ragione .E i bambini?Il loro padre è partito verso altra destinazione per colpa tua,caaaara.Che porti sfiga? Magari porti sfiga sfiga uno appresso all’altro,col finestrino aperto e il vento ghiacciato a sferzare volto e capelli e anima. Dopo una curva,finalmente apparve il mare e Giona sorrise,acellerò ancora.E vai vai vaivaievaiiiiii!!!
Il mare,la spiaggia onde alte immense rabbiose che aspettano inquiete, il molo.Prese a piovigginare. Virò verso la spiaggia si si!Che bella idea!Dalla spiaggia va meglio bambina e,in medias res,…le onde ti vengono incontro e tu vai incontro a loro siiiiiiiiiiiii!!!
Giona sterzò e in un testacoda posizionò l’auto parallela alla linea del bagnasciuga.Frenò arrestandola,aprì ulteriormente il finestrino e aspirò ansante le stille di pioggia, la nuca abbandonata al poggiatesta del sedile.Fissò un punto impreciso di fronte a lei,ingranò la marcia e partì acellerando,acellerando ancora vaivaivaiiiiiiiiiiiii e sollevando schizzi d’acqua salata,proiettili di sabbia.Virò.Ecco il mare davanti e si avvicina, il respiro è rapido e breve,le onde frantumano la rena e la pioggia vaiiiiiiiiiiiiii e il ricordo che urla e tutto scorre fuori veloce fugit inreparabile tempus monocromatico, la colonna sonora è il sibilo del vento.
Frenò un istante prima che l’auto spaccasse in due il mare.L’onda si alzò alta sopra la capote e Giona ne vide il cumulo d’acqua erto, pieno e vigoroso e sibillino,blu, e dietro spuntò il sole, sorse come ogni giorno e la pioggia smise di cadere.L’onda cadde frantumandosi sull’auto che vibrò e la riva, perdendosi in mille gocce solitarie. Giona serrò la mascella, poggiò la testa sul volante battendola piano una,due volte. Il parabrezza era coperto dagli spruzzi salati; riusciva a stento a vedere. Ma spiò il sole svegliandosi con esso, gl’imprevedibili riverberi giallo arancio a chiazzare cielo e nuvole, l’acqua. Albero.Sirena.Luce. Tirò il freno a mano.Spalancò lo sportello della macchina, uscì e odorò il salmastro lottando contro le folate. Sedette sulla sabbia bagnata,levò le scarpe e raccolse le ginocchia al petto come faceva da bambina, attese l’altra onda alzarsi e caderle come una frustata di ghiaccio ai piedi, rabbrividì, sorrise e il sorriso divenne riso mentre lacrime diverse,liberatorie,presero a scorrere. Giona rise scotendo la testa e infine,dinanzi al suo mare,annuì.
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